L’abbraccio di Schiele

28 maggio 2008 § 9 commenti

Un braccio teso, una mano contratta, due corpi avvinghiati. Un abbraccio che cerca di unire due anime, e non riesce ad unire nemmeno i corpi.

Perché in amore, così come nella vita, si è sempre soli.
 
Schiele
(L’abbraccio, di Egon Schiele)

Questo è il Novecento…

24 maggio 2008 § 2 commenti

Torno dopo parecchio tempo a scrivere nel mio blog. Si tratta di una poesia di Montale che secondo me riassume alla perfezione il Novecento, ovvero il crollo di quelli che io uso chiamare i "punti di riferimento assoluti".
 
Non chiederci la parola

«Non chiederci la parola che squadri da ogni lato

l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
 
Ah l’uomo che se ne va sicuro
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
 
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche sillaba storta e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»
(Montale, da Ossi di Seppia, 1925)


Intervento controcorrente – Il seguito

10 maggio 2008 § 1 Commento

Riprendo qui un intervento che avevo postato ben tre mesi fa, il quale si concludeva così:
"Cosa siamo noi se non quello che gli altri ci considerano? In fondo, noi per gli altri siamo quello che appariamo… e se anche siamo altro, state certi che agli altri non gliene importa nulla. Quello che conta è l’apparenza."
Vorrei ribadire il concetto, specialmente oggi che in classe sono saltate fuori le tematiche del Pirandello. Quella che Pirandello chiama la forma penso sia il punto più interessante e più attinente a quelle che sono state anche le mie riflessioni. La forma sarebbe quella sorta di maschera che gli altri ci appiccicano addosso. E così, per esempio, l’avvocato della Carriola ha per i suoi clienti la forma del rispettabile professionista, per sua moglie e per i figli la forma dell’ottimo marito e padre di famiglia, per la sua cagnetta ha la forma del pazzo che si diverte facendole fare la carriola sulle zampe anteriori.
Chi è dunque questo avvocato? Un rispettabile professionista, un ottimo marito e padre di famiglia, o un pazzo?
 
A volte la forma può essere così disagiante da provocare improvvisi desideri di fuga.
Alla pari del Mattia Pascal, o meglio di Adriano Meis, che sceglie di "morire" pur di liberarsi da quella forma che gli impedisce di essere felice e gli crea tanti disagi. A tal proposito, una tematica somigliante si trova nel Film Bianco di Kieslowski, dove il protagonista si rende conto solo alla fine che non è possibile tornare indietro, una volta che ha deciso di sopprimere quell’imprenditore polacco che era appunto la sua forma…
Che situazione, quella umana.


L’arroganza

8 maggio 2008 § 2 commenti

L’arroganza, quella cosa insopportabile.
Ritengo che l’arroganza sia la madre di buona parte dei mali del mondo.
Arroganza è imporsi agli altri, infischiandosene se si crea disturbo o fastidio. E questa non soltanto è una cosa irritante, ma è segno di mancanza di rispetto, di maleducazione, di intolleranza, di egoismo.
Di arroganza ce ne è molta in giro. Chi scrive tutto maiuscolo, come a voler imporre quello che scrive, chi parla gridando per imporre le sue parole, chi, ritenendo la propria cultura superiore, la vuole imporre agli altri, chi impone i propri valori in nome di Dio, chi impone le proprie idee con la democrazia e con la dittatura… eccetera eccetera…
 
arroganza
(ecco cosa mi dava google cercando "arroganza". tra i vari silvi berlusconi)
 
Non sopporto le persone arroganti, e quando ne incontro una divento io stessa arrogante. Ma c’è altra soluzione? Cercare di ricordare loro l’uguaglianza e il rispetto mi sembra vano. Cosa ci tocca fare per sopravvivere.


Ritratti (1)

6 maggio 2008 § 4 commenti

Non so nemmeno come si chiami. Fisico sottile da bambino che sta crescendo troppo in fretta, una voce che è una via di mezzo fra la voce di un uomo e quella bianca che caratterizza gli anni più giovani della vita. Pelle scurissima da tutte le estati passate sotto il sole cocente, occhi neri come il carbone, capelli lucidi come le penne di un corvo, come tutti i ragazzi di quest’isola.

Brutto di volto, non prometteva nemmeno di migliorare con gli anni. Mi ricorda tanto un mio ex compagno di classe: naso un po’ storto, orecchie a sventola, aveva gli occhi troppo vicini, e ciò gli conferiva uno sguardo molto intenso ma talvolta fastidioso. Ora, non so se questo ragazzino sia veramente come lo sto descrivendo io, l’ho guardato troppo di sfuggita per poterne ricordare con precisione i particolari del volto, e di certo lui non era lì per farsi descrivere come il protagonista di una di quelle vicende che si trovano nei libri, o nei blog… No, lui era lì, sul traghetto che ci ha portato all’isola di Tavolara, per aiutare nelle operazioni di attracco.

Doveva avere anni di esperienza, dove tutti i timori per qualcosa di estraneo alla natura terrena dell’uomo erano stati cancellati con quell’unico scopo, fare di lui un uomo di mare. Agile come un gatto, ormai costretto a fidarsi delle sue capacità. Lo immagino quando, ancora in età prescolare, era stato avvicinato a quel mondo da suo padre, il conducente dell’imbarcazione. Forse, all’inizio, quel mondo era tutto un gioco per lui, ed era stato lui a chiedere di farne parte. Ma poi, appena era diventato un po’ più grande, aveva capito tutte le aspettative che c’erano su di lui. E lui non voleva deluderle. Perciò si era impegnato per lavorare accanto a suo padre. E l’affetto che provava per lui l’aveva costretto ad acquisire tutta quella sicurezza in sé che mostrava, in realtà, con tanta esitazione.

Ma aveva ancora dei movimenti infantili, quando per passare in mezzo ai passeggeri si faceva spazio con leggeri tocchi alle braccia, con lo sguardo un po’ assente e stanco, come un bambino che non riesce più a trovare un gioco in quello che sta facendo. Oppure quando aiutava i passeggeri a salire a bordo, sembrava proteggerli con le sue braccia esili, avvicinando coi piedi il bordo della barca al molo, in una posizione precaria, ma che per lui era dovuta diventare naturale. E poi si passava l’intero viaggio accanto al padre che guidava, oppure seduto solo sul bordo della barca, così esile che sembrava sarebbe bastato un colpo di vento per farlo cadere in acqua, eppure così saldo nonostante le onde che si infrangevano sulla punta della piccola imbarcazione.

Questo ragazzino ha già un futuro, un futuro pressoché certo: prendere il posto di conducente di suo padre, ed ereditare quel vecchio traghetto ridipinto troppe volte di bianco. Questo è ciò che mi ha fatto pena di lui, non ha potuto sognare un futuro come l’avrebbe voluto lui, ma tristemente si è adattato a ciò che gli è stato chiesto di fare. Qualcosa che però va contro di lui, per adesso, e di questo me ne sono accorta alla fine, quando, aiutando i passeggeri a scendere, biascicava un "arrivederci" innaturale e forzato.

Mi raccomando, figliolo, di’ arrivederci ai passeggeri, non stare muto come un pesce, così che ne abbiano una buona impressione. E tornino. Addio ragazzino.

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